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Il Comune e il principio di partecipazione
Ultimo aggiornamento 04/06/2010 00:01:04
A distanza di mezzo secolo dall’emanazione del Testo Unico sugli Enti del 1934, solo nel 1990 il Parlamento Italiano ha approvato una legge di principi che regola il nuovo ordinamento delle autonomie locali, come era stato previsto già dalla nostra Costituzione all’art. 128.

Con la legge n. 142 del 1990, per la prima volta il legislatore italiano ha riconosciuto a tutti gli effetti la personalità giuridica degli Enti locali. Si è passato, così, dal vecchio Comune strumentale al nuovo Comune autonomo e territoriale, la cui massima espressione di autonomia è data dal potere di emanare uno statuto e diversi regolamenti propri, al fine di gestire l’Ente secondo i bisogni dei cittadini. Un principio, quest’ultimo, già sancito dall’articolo 5 della Costituzione, secondo il quale la Repubblica adegua i principi e i metodi della propria legislazione alle esigenze delle autonomie locali. Per lo Stato si è trattato di un piccolo passo in avanti in direzione di una riforma ben più ampia che, dall'inizio del Duemila, ha condotto a un diverso sistema di gestione della cosa pubblica, basato su due nuovi principi cardine: la trasparenza di gestione e il pluralismo politico gestionale. Mediante l'attuazione di tali principi, infatti, è stato possibile colmare la grande lacuna esistente sin dallo Statuto Albertino circa il problema degli Enti locali. Ed oggi, finalmente, con il T.U.E.L. (decreto legislativo n. 267/2000) l’ordinamento degli Enti locali è divenuto, agli occhi dell'intera Comunità Europea, uno tra i più avanzati del mondo. Stando a quanto previsto dall’art. 4 della legge 142/90, le norme fondamentali di un Ente locale, ovvero il proprio Statuto, dovrebbero concernere le seguenti materie: le attribuzioni e le organizzazioni dell’amministrazione come qualcosa capace di comprendere e risolvere tutte le esigenze proprie dell’ente; l’ordinamento degli uffici e dei servizi; le forme di collaborazione tra Comune e Provincia e diverse forme tra Comuni e Regioni; le forme di partecipazione popolare prevista dall’art. 6 della legge 142/90, da inserire nello Statuto prima, e poi nei regolamenti. Segue, perciò, che i rapporti con la partecipazione popolare possono essere disciplinati in modo diverso da Ente ad Ente, individuando tutte le associazioni locali ed i motivi per cui esse sono nate. Un discorso a se meritano altre tre forme di partecipazione popolare quali l’azione popolare, il referendum consultivo e il difensore civico; le forme di decentramento; le forme di accesso dei cittadini alle informazioni e ai procedimenti amministrativi. In conclusione, va osservato come, riconosciuta all’Ente locale la personalità giuridica e il potere statutario, il cammino verso la sua autonomia riconosca anche un'autonomia finanziaria atta a soddisfare i bisogni locali e ad attuare il federalismo fiscale.



Valeria Palombo

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